PER I NOSTRI AMICI LGBT LINDY HOPPERS

Mi capita, ultimamente, di leggere sui principali siti che si occupano del mondo Lindy (particolarmente nei paesi anglosassoni) di “regolamentazioni” sul linguaggio no gender sulle pista da ballo (no Jack&Jill etc…).
Personalmente non sono un entusiasta del politicamente corretto imposto che suona più come burocratizzazione che, spesso, genera più violenza repressa che non distensione tra le parti. Credo di più nell’educazione e nella cultura.
Ma non è di questo che voglio, e che mi interessa, parlare.

Piuttosto la mia domanda è, da amante dell’estetica 1930-1940, come posso ricreare, magari su di una pista da ballo, magari all’interno della scena Lindy un’identità LGBT?
Intanto a quei tempi qualsiasi atteggiamento al di fuori della dicotomia uomo-donna era non solo stigmatizzato ma decisamente e violentemente represso, soprattutto nei religiosissimi Stati Uniti d’America, paladini della Democrazia.

In Europa andava un po’ meglio (racconti di mia nonna…).

Ciò non impediva che le occasioni di incontro sentimentale tra persone dello stesso sesso avvenisse o che, almeno, se ne avvertisse l’esigenza. Esistevano locali notoriamente frequentati da omosessuali, soprattutto nelle grandi città, New York e Los Angeles in primis.
Oppure feste private dove la polizia, però, poteva fare irruzione, e questo succedeva spesso, ed erano botte da orbi.

Sugli omosessuali si scaricava tutta la violenza delle pulsioni represse di un paese dominato dalle confessioni o, spesso, dalle sette religiose, un ricettacolo, insomma.

Come sempre se avevi i soldi te la cavavi un po’ meglio, ma fino ad un certo punto, infatti ad Hollywood non erano infrequenti i matrimoni tra lui gay e lei lesbica (lavender marriages) come fecero il sarto Adrian e Janet Gaynor o Robert Taylor e Barbara Stanwyck per celarsi.

L’immagine che forniva Hollywood nei suoi film era stereotipata e rassicurante per la società, questi i principali “caratteri”:
1) Il Sissy era il gay ridicolo che scheccava ma era, in fondo, innocuo, di solito un sarto o un parrucchiere. Franklin Pangborn fu l’attore che più rappresentò questo character;
2) La lesbica era sempre un’isterica insoddisfatta e mascolina alla quale era solo necessario un buon marito ed un po’ di botte (o l’elettrochock);
3) Il destinato al suicidio, un introverso problematico che finiva immancabilmente per levarsi di torno dal mondo (questo, nei film, almeno fino agli anni ’70).

La Seconda Guerra Mondiale rappresentò un oasi più felice perchè molte donne di orientamento sessuale “non convenzionale” trovarono nell’arruolamento nei corpi femminili (WACS, WAVES etc…) la possibilità di frequentare liberamente compagne del loro stesso sesso.

Le grandi migrazioni all’interno del territorio degli Stati Uniti dovute al reclutamento o alla ricerca di un lavoro ben pagato presso le fabbriche impegnate nello sforzo bellico fecero si che ci si potesse ricostruire una nuova identità lontano dal luogo d’origine, reinventarsi un esistenza e godere di questa improvvisa libertà.

Storicamente molte lesbiche che fecero coming-out negli anni ’80 (povere figlie, quanto tempo…) raccontarono della loro esperienza e della scoperta della loro sessualità proprio allora. Oppure nelle fabbriche dove le donne presero il posto degli uomini sulle linee di produzione (Rosie the LGBT riveter).

Ma anche i ragazzi arruolati dopo dicembre 1941 (Pearl Harbour) ebbero per la prima volta, e specialmente se venivano da una piccola comunità rurale, la possibiltà di confrontarsi con un tipo di relazioni diverse da quelle comunemente accettate, spesso anche se non si trattava di soggetti abitualmente omosessuali. Poi nel 1948 il Dott. Kinsey ci spiegò tutto, ma anche Gore Vidal con il suo libro “La statua di sale”.

Attenzione che non era tutto così roseo, se venivi beccato in atteggiamenti sospetti dai superiori venivi processato (e slegnato!) e congedato con Blue Discharge o Blue Ticket che era un tipo di congedo ne’ onorevole ne’ disonorevole ma che ti identificava come “deviante”. poi per cercare lavoro erano tutti affari tuoi.

Nel dopoguerra si crearono anche organizzazioni coraggiose che si occupavano del reinserimento dei veterani gay nella società, ad esempio la Veteran Benevolent Association che organizzava anche delle feste da ballo per i suoi iscritti dove mi rifiuto di pensare che non ballassero anche Lindy.

Ma io vorrei solo suggerire come ricostruire in una pista da ballo la propria identità così come se fossimo negli anni ’40.
Ci sono 2 possibilità in questo gioco: l’abbigliamento e le frasi convenzionali.
L’abbigliamento maschile denotava una certa cura dell’abito, i pantaloni erano un po’ più stretti rispetto alla moda dell’epoca ed una cravatta interamente rossa o qualche dettaglio violetto (i gay venivano anche definiti “violette”), scarpe eccessivamente lucide. Sono poca cosa dal punto di vista dell’apparenza in quanto l’omosessualità maschile era, agli occhi della massa, considerata peggiore in quanto si “inferiorizzava” l’uomo virile, ovviamente superiore alla donna.
Oppure l’uso di un uniforme, questo è più evidente oggi che allora.

Per le donne è più facile: Marlene Dietrich aveva sdoganato la donna vestita in abiti maschili, per le praticità del tempo di guerra, oppure l’abito da lavoro (pantalone Khaki e camicia a quadri da uomo) che non l’uniforme da WAC. Quindi presentatevi tranquillamente vestite da uomo (dell’epoca ovviamente, non in jeans), magari non proprio cravatta ma un po’ più casual…

Ma era nelle frasi, apparentemente innocue, che si celava il tentativo di riconoscimento:
-“sei l’amico di Dorothy?” questa frase, in uso prevalentemente da uomini, derivava dal personaggio interpretato da Judy Garland nel film “Il Mago di Oz”, del 1939-attrice già da allora divenuta icona gay;
-oppure immaginatevi uno scambio tipo: “sei sposato?”-“no, perchè comprarsi la vacca quando si può avere tutto il latte che si vuole”
-un altra frase, ma ha senso solo in inglese “where is a place where have a gay time?”-tra l’altro il termine gay era già popolare dagli anni ’20;
-Le ragazze, invece, fischiettavano alcune note della hit di Tommy Dorsey “Hawaiian war Chant” dove la parola “gay” compare più volte, 90% delle volte si andava a colpo sicuro.

Aggiungo un paio di cosette: Nel 1944 lo scrittore Gore Vidal ed un suo amico (tutti e due sotto le armi), entrambi omosessuali, abbordavano a New York i giovani marinai dicedogli “volete conoscere due belle ragazze?”-“certo, dove sono?”-“siamo noi!”, Gore dice che il 50% dei tentativi andava a buon fine.

Qua un documentario, già del 1958 che ci mette in allarme sugli omosessuali. A parte che il reato del soggetto è, semmai, quello di adescamento di minorenne, che non c’entra niente, quindi, con il sesso della vittima…mah!

Beware

Good night and good luck!
E.M.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *