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Del sonno del Lindy Hop (e della ragione)…

Mi riferisco a quel virus che porta il nome di una famosa birra messicana che, a dire il vero non è che mi piaccia più di tanto, quella specie di succo di cipolle che ci ha costretti agli arresti domiciliari per due? tre mesi? e che mi farebbe dire, avessi figli: meglio ladro che virologo.

Intanto, per tornare a terra, non si balla da tre mesi e sembra che non si ballerà ancora per molto ed io sono molto, molto arrabbiato! Però sono, per natura un irresponsabile, e quando si nasce così difficilmente si cambia.

Però ho avuto modo di sperimentare alcuni tentativi di portare il Lindy sulle onde eteree del web.

Purtroppo, ma parlo per me visto che non essendoci social dance non ho avuto modo di confrontarmi con altre persone, la mia impressione è stata di una tristezza infinita. Il Lindy non è tecnica, è cuore e fantasia. Però ho apprezzato molti interni di case private, e questo non è poco.

Ho perfino fatto alcuni filmati sui passi del Balboa che avrei pubblicato su questa rubrica però, alla fine, il primo ad intristirmi nel vedere quelle immagini sono stato io. Quindi ve le risparmio.

Manca proprio l’unica cosa che rende questo ballo degno di essere ballato, la sala da ballo, il ballroom, il Savoy, la band, la stanchezza, i partner, le scarpe, l’improvvisazione, i sorrisi, la confusione, Cab Calloway, Tommy Dorsey, l’eterno Shim Sham tutti assieme, arrivare in orario, arrivare dopo,andare via prima, fermarsi fino alla fine, le bretelle, i fedora, il 1930, il 1940, oggi. Basta.

Voglio indietro l’ambiente dove andavo a stemperare, a dimenticare i miei assilli quando ce n’erano e il mio entusiasmo quando volevo amplificarlo. Bum-bum-bum-bum…

In un momento in cui sto attraversando un periodo moralmente un po’ duro, avrei veramente bisogno di un giorno alla settimana di abbandono alla danza, e agli amici del ballo.

Non so voi.

Good night, and good luck!

EM

4 risposte su “Del sonno del Lindy Hop (e della ragione)…”

Leggo solo oggi, è ottobre. Sono d’accordo su tutto. Io ho “resistito” a seguire il virtuale pochissimo tempo, da sempre provo una grande tristezza quando il PC e la rete servono a sostituire la vita. Mi sento molto più sola con la realtà finta che sola per davvero.
Mi manca il ballo, la sala da ballo, la paletta per imparare, le persone, le risate, la musica e il suo ritmo che mi entrano dentro e “devo” ballare. Ballo anche da sola, a casa, da sempre. Ma ballare con le altre persone? Vive, vere, è sostituibile? Per me, no. Ci sono tantissime cose che per me non sono sostituibili dall’online.
Quindi, sto male? Eh….. sì!

Ecco, poche parole che rendono perfettamente l’idea dello stato d’animo che ci vorrebbero sdoganare come “normalità”, cioè un mondo ad immagine di quegli asociali che hanno la pretesa di dominarlo.

Ovviamente finchè ci saranno di questi pensieri come quelli della lettera di cui sopra, cara Alessandra si, proprio i tuoi, dubito che ci riusciranno.

C’è una cosa che io ritengo fondamentale nella vita: prendersi le proprie responsabilità. Scusami, ma non credo ci siano dei superiori che propinano qualcosa a degli organismi decerebrati. Noi scegliamo. È comodo dimenticarlo e trovare il colpevole sempre fuori, la verità è che noi scegliamo. Noi scegliamo, ogni giorno della nostra vita. E non è vero un accidenti che non abbiamo i mezzi e gli strumenti per comprendere cosa scegliamo. Il mondo non va dove va da solo, e nemmeno perché ci sono dei cattivoni che propinano qualcosa a delle alghe. Noi abbiamo in mano dove fare andare il mondo, ogni maledetto giorno della nostra vita. Ma fa fatica. Fa tanta fatica. È tanto, tanto più facile lasciarsi trasportare, girarsi dall’altra parte, “drogarsi” con qualunque cosa pur di non pensare. Di non vedere quello che abbiamo davanti al naso. Perché fa fatica, fa tanta fatica. Perché la vita è una cosa che decidiamo, ogni maledetto giorno. È decidiamo sempre la strada più facile. Tanto posso sempre prendermela con i cattivoni, giusto? I cattivoni ci sono, e chi lo nega? Ma io? Io cosa scelgo, ogni maledetto giorno?
Scusami, niente di personale, ovviamente. Ma ci sono poche cose che mi urtano come il pensare (o dire): “Ma io non sono nessuno, cosa posso fare io? Niente! Se non si decidono i “grandi”, io non posso fare nulla”. Quanto è facile! Il mondo va come lo facciamo andare noi, non mi stancherò mai di dirlo.

La nostra società è basata sul concetto democratico di rappresentanza, cioè si da il potere a qualcuno che indichiamo come nostro rappresentante. E’ vero che siamo noi che, attraverso il voto, li scegliamo ma ciò non toglie che questo potere, ad un certo punto, esista, e che venga esercitato. Da li le scelte, che possono essere a favore o penalizzanti, ed è altresì vero che queste forme di potere/rappresentanza tendano, naturalmente e col tempo, a cristallizzarsi a fare quadrato perdifenderlo il potere, posso portare come esempio la nobiltà di fine ‘700 che aveva concluso la sua funzione storica ed era diventata, nel migliore dei casi, parassitismo puro.
Ecco, oggi forse ci troviamo in una fase iniziale di questo processo che non esclude la responsabilità personale ma faccio notare che, ad esempio, negli anni ’70 si sono ottenuti miglioramenti nelle condizioni di lavoro proprio rendendo pubbliche le accuse ad un sistema di potere che privilegiava una categoria rispetto ad un’altra, gridandolo.
Ecco, se oggi potessimo individuare un qualcosa che assomiglia a quello che dici (dò del tu, ma non è mia abitudine), questo potrebbe essere la scarsa partecipazione alla vita politica del nostro paese, demandando all’uomo forte di turno di tradizione fascista (ma non solo).
Interrogarsi va bene, e credo che molta gente lo faccia, ma non deve diventare il solo strumento di critica della nostra società anche perchè diventerebbe il classico sguardo sull’ombelico e negherebbe quella lotta di classe che, anche se non se ne parla più tanto, ancora esiste.

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